Crisi climatica e impatti esponenziali, ecco quanto rischiamo

Uno studio di McKinsey analizza quali impatti socioeconomici la crisi del clima potrebbe avere in assenza di profondi processi di decarbonizzazione nei prossimi tre decenni.

La scienza del clima fa ampio uso di scenari e modelli circa l’evoluzione nella concentrazione di CO2 nell’atmosfera: dal più basso, con un cosiddetto Percorso Rappresentativo della Concentrazione (RCP) di 2,6 al più alto – perlomeno sulla carta – con un RCP di 8,5.

Uno studio appena pubblicato dalla società di consulenza McKinsey (link in basso) ha analizzato quali impatti potrebbe avere su ambiente, società ed economia mondiale il percorso di “massima” concentrazione RCP 8,5, cioè lo scenario a più alte emissioni, cioè quello che avremmo in assenza di ulteriore decarbonizzazione.

Secondo lo studio, il cambiamento climatico sta già avendo impatti fisici sostanziali a livello locale un po’ in tutto il mondo e le regioni colpite continueranno a crescere in numero e dimensioni.

L’aumento di circa 1,1 °C della temperatura media dal 1880 a oggi su scala mondiale nasconde significative variazioni regionali. Ciò vuol dire che la probabilità di temperature estreme e un’intensificazione dei pericoli a macchia di leopardo è già più alta, con il numero e le dimensioni delle regioni colpite che è destinato a crescere, assieme alla frequenza degli episodi estremi, come si può vedere nell’illustrazione.

Ciò avrà effetti diretti su sei sistemi socioeconomici, indica McKinsey:

  • vivibilità
  • lavorabilità
  • sistemi alimentari
  • sistemi fisici beni
  • servizi infrastrutturali
  • capitale naturale

Gli impatti socioeconomici della crisi climatica saranno probabilmente non lineari, nella misura in cui le soglie di equilibrio del sistema vengono superate, provocando effetti a catena.

Non lineare” vuol dire che i pericoli raggiungono soglie oltre le quali i sistemi fisiologici, sociali o ecologici interessati funzionano meno bene o si rompono, smettendo del tutto di funzionare, in quanto tali sistemi si sono evoluti o si sono ottimizzati per funzionare secondo i climi storici, o secondo un’evoluzione molto lenta del clima e non rapida come quella a cui stiamo assistendo.

Le probabilità nell’ambito di uno scenario “business as usual senza ulteriore decarbonizzazione indicano, insomma, una crescita esponenziale degli impatti socioeconomici negativi della crisi climatica, come si può vedere dall’andamento ripido dei grafici contenuti nell’illustrazione rispetto ad alcuni casi specifici.

Le società e i sistemi economici più a rischio sono quelli più vicini ai presunti limiti di sostenibilità fisica e biologica, si legge nella ricerca.

Ad esempio, via via che temperature e umidità aumentano in India, entro il 2030, in uno scenario RCP 8,5, tra 160 e 200 milioni di persone potrebbero ritrovarsi in regioni con una probabilità media annua del 5% di subire un’ondata di calore superiore alla soglia di sopravvivenza per un essere umano sano, in assenza di misure di adattamento.

Il riscaldamento degli oceani potrebbe ridurre la pesca, incidendo sul principale mezzo di sussistenza di 650-800 milioni persone.

A Ho Chi Minh City, in Vietnam, i danni diretti di un’alluvione estrema alle infrastruttura potrebbero aumentare dai circa 200-300 milioni di dollari oggi a 500 milioni/1 miliardo di dollari entro il 2050, mentre i costi indiretti potrebbero aumentare da 100-400 milioni di dollari a 1,5-8,5 miliardi di dollari.

Gli impatti socioeconomici globali del cambiamento climatico potrebbe essere sostanziali, indica lo studio, la cui sintesi è allegata in fondo all’articolo.

Entro il 2030, tutti i 105 paesi esaminati potrebbero registrare un aumento in almeno uno dei sei indicatori di impatto socioeconomico identificati.

Entro il 2050, in uno scenario RCP 8.5, il numero di persone che vivono in zone dove è possibile che si verifichino ondate di calore letali passerebbero da praticamente zero oggi a 700 milioni – 1,2 miliardi, e questo senza tenere conto dell’aumento della diffusione dei condizionatore d’aria, con la loro impronta energetica e conseguente impatto climatico.

La quota media di ore di lavoro annuale all’aperto che andrebbe persa a causa del calore e dell’umidità estremi aumenterebbero dal 10% di oggi al 15-20% entro il 2050.

L’area del mondo che andrebbe riclassificata, passando da una zona climatica ad un’altra più calda rispetto a periodo 1901-25, aumenterebbe dal 25% di oggi a circa il 45%.

Secondo il rapporto, i mercati finanziari potrebbero incorporare in anticipo il riconoscimento del rischio nelle regioni interessate, con conseguenze per l’allocazione e le garanzie del capitale.

Una maggiore consapevolezza circa il rischio climatico potrebbe, cioè, chiudere le porte a finanziamenti di lungo termine in certe regioni del mondo, far impennare i costi assicurativi o la disponibilità stessa di coperture e ridurre in ultimo i valori degli asset. Questo potrebbe innescare una riallocazione del capitale e revisioni dei prezzi delle attività.

In Florida, ad esempio, le stime basate sulle tendenze passate suggeriscono che le perdite da inondazioni potrebbero svalutare gli immobili coinvolti da 30 a 80 miliardi di dollari, cioè del 15-35%, entro il 2050, se non si faranno interventi di mitigazione e a parità di altre condizioni.

I paesi e le regioni con i livelli più bassi di Prodotto Interno Lordo (PIL) pro-capite sono generalmente più rischio, dice lo studio.

Le regioni più povere hanno spesso climi più vicini alle soglie fisiche di equilibrio. Dipendono maggiormente da lavori all’aperto e dal capitale naturale e hanno minori mezzi finanziari per adattarsi rapidamente.

Il cambiamento climatico potrebbe anche beneficiare alcuni paesi: ad esempio, i rendimenti dei raccolti in paesi settentrionali come il Canada potrebbero aumentare.

In conclusione, secondo McKinsey, dopo aver esaminato un eventuale scenario senza ulteriore decarbonizzazione, per affrontare il rischio climatico sarà necessaria una gestione più sistematica del rischio stesso, accelerando sia l’adattamento che la decarbonizzazione.

I decisori dovranno tradurre la scienza del clima e le sue conclusioni sui potenziali danni fisici e finanziari dei mutamenti climatici attraverso una gestione sistematica del rischio e una robusta modellazione dei vari scenari, riconoscendo i limiti dei dati del passato.

Secondo McKinsey, l’adattamento può aiutare a gestire i rischi, anche se questo potrebbe rivelarsi costoso per le regioni interessate e comportare scelte difficili.

I preparativi per l’adattamento – che si tratti di barriere marine, colture resistenti alla siccità o qualunque altra cosa, avranno bisogno di un’attenzione e azione collettive, in particolare sulla scelta fra investire in decarbonizzazione oppure in adattamento.

Se infatti l’adattamento è ora urgente e ci sono molte opportunità per perseguirlo, la scienza del clima ci dice che l’ulteriore riscaldamento e i maggiori rischi che ne derivano possono essere fermati solo raggiungendo lo zero netto di emissioni di gas a effetto serra, conclude il rapporto.

fonte : Redazione QualEnergia.it