Il petrolio può arrivare a 80 dollari entro il 2020

Non solo la corsa del petrolio non è destinata a interrompersi, ma dagli attuali 60 dollari al barile «potrà anche andare ben oltre i 70 dollari», spiega Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. «Sono previsioni sempre difficili da fare. Ma già nel 2019 – avverte l’analista, già consulente del governo in materia e docente universitario a Milano e Bologna – ci potrebbero essere improvvise fiammate che porteranno per brevi periodi il barile fin verso i 90 dollari».

Tabarelli, cosa ha portato a questa nuova salita?

«Negli ultimi mesi un quadro che era già moderatamente rialzista è diventato decisamente rialzista. Un anno fa il prezzo era ancora debole perché non era ancora intervenuto l’accordo Opec, giunto il 31 novembre. È stata questa la svolta, seguita dall’accordo dell’11 dicembre che ha coinvolto la Russia. Da allora i Paesi Opec e non Opec hanno più o meno rispettato l’impegno a diminuire la produzione di circa 2 milioni di barili al giorno. Ora vedremo se il 30 novembre l’accordo sarà esteso a tutto il 2018».

Quando vedremo i 70 dollari?

«Nelle previsioni che abbiamo entro il 2018 saremo già abbondantemente sopra i 70 dollari. Non dobbiamo mai dimenticarci che fino al 2014 i prezzi erano sopra quota 100 dollari. Vediamo assolutamente possibile il raggiungimento degli 80 dollari entro il 2020. Già nel 2019 potremo avere delle incursioni a 90 dollari».

Questo scenario rialzista rimette in pista anche il «tight oil» americano, estratto dagli scisti argillosi e bituminosi?

«Rispetto a un anno fa la produzione è già aumentata di un milione di barili al giorno, ma nelle ultime settimane c’è stato un rallentamento. Questo è dovuto al fatto che la finanza americana non dà più così facilmente soldi ai petrolieri del Texas o del North Dakota, i quali fanno molta produzione ma guadagnano poco. Così le nuove trivellazioni si sono stabilizzate e per l’anno prossimo l’aumento non sarà più di mezzo milione di barile al giorno».

In definitiva la salita del prezzo del petrolio la dobbiamo più alla ripresa globale dell’economia o a una stretta nella produzione dei paesi Opec?

«A entrambi i fattori. C’è una domanda che sale regolarmente, ma che vedrà un’accelerazione nel 2018. Salirà di 1,6-1,7 milioni di barili al giorno, anziché ai soliti 1,4-1,5 milioni. Presto arriveremo al nuovo picco storico prossimo ai 100 milioni di barili al giorno, una soglia psicologica importante. Si sente la ripresa globale dell’economia».

E poi c’è il lato dell’offerta.

«Dove si gioca buona parte della dinamica del prezzo. Nel 2014 il crollo fu causato dal fortissimo aumento della produzione saudita. Riad voleva castigare in particolare l’Iran, tornato sul mercato dopo l’intesa con gli Usa. Nell’ultimo anno invece gli sceicchi hanno rispettato l’accordo Opec, mostrando maggiore disciplina che in passato. Almeno finché il prezzo non arriverà a 70 dollari loro terranno la produzione relativamente bassa».

Quali sono i pericoli di rivedere un petrolio a 70 dollari e oltre?

«Non li chiamerei pericoli. Anzi. Tale dinamica di prezzo potrebbe dare più inflazione al sistema finanziario dei paesi Ocse e in particolare all’Europa. Altro che pericolo: il petrolio a 70 dollari è sintomo di un’economia che cresce. L’Arabia Saudita e il Medio Oriente in generale, inoltre, hanno bisogno di stabilità e questa è assicurata dai prezzi più alti del petrolio. Anche in Sud America uno stato come il Venezuela, da tempo in difficoltà economica, con il greggio a 70 dollari si può stabilizzare».

La risalita del greggio arriva proprio mentre si parla sempre più di fonti rinnovabili e di auto elettrica. Come è possibile?

«Mi pare più una tensione emotiva, un proclama dei politici ma non c’è storia: anche gli ambientalisti, Tesla e il suo patron, Elon Musk, sono d’accordo nel sostenere che la domanda di petrolio aumenterà molto anche il prossimo anno. Mentre l’auto elettrica resta qualcosa di ancora lontano, secondo me addirittura lontanissimo. Il punto è che nessuno ha così a basso costo la quantità di energia che c’è in un litro di benzina. Non per nulla il 97% della mobilità mondiale si fa col motore a combustione interna, che va a benzina, diesel o jetfuel. Il mondo – se si conta la chimica e le altre innumerevoli applicazioni – è largamente dipendente dal petrolio, perché costa meno».

Fino a quando durerà l’oro nero?

«Di petrolio ce n’è tantissimo, pensiamo alle risorse inesplorate dell’Artico. La capacità produttiva, quella sì, inizia a scarseggiare e i prezzi cominciano a registrare anche tale questione. Comunque se si stima che ci sono tra 5 e 7 migliaia di miliardi di barili di risorse, le riserve accertate sono un po’ meno di 2 mila miliardi, ma si calcola che restano ancora oltre 50 anni di sfruttamento già assicurato».